Allarme affitti, anche se paghi rischi lo sfratto immediato: se nel contratto manca il CIN paghi anche 8.000€ di multa

L’incubo dell’affitto si fa sempre più concreto, e non risparmia né proprietari né inquilini.
Un dettaglio apparentemente insignificante, come l’assenza del Codice Identificativo Nazionale (CIN) nel contratto, può trasformarsi in un incubo legale ed economico per entrambe le parti.
Siete sicuri di aver pagato regolarmente l’affitto, ma vi trovate comunque a rischio di sfratto immediato a causa di una dimenticanza burocratica.
O, peggio ancora, siete il proprietario e dovete affrontare una multa salatissima per non aver inserito un codice nel contratto.
Continua a leggere per scoprirne di più ed evitare di trovarti in una delle due situazioni appena descritte.
Ogni dettaglio nel contratto conta
Dal 1° gennaio 2025, il panorama degli affitti brevi in Italia è stato soggetto a una profonda revisione normativa, con l’obiettivo di regolamentare un settore che finora si è distinto per la presenza di norme frammentarie e spesso poco chiare. Questa nuova disciplina introduce obblighi più stringenti sia per i proprietari che per le piattaforme digitali, modificando radicalmente il quadro normativo di un mercato in rapida espansione. Una delle principali novità è l’obbligo del CIN (Codice Identificativo Nazionale). Ogni unità destinata agli affitti brevi deve essere inserita nella Banca Dati delle Strutture Ricettive (Bdsr), ottenendo così il CIN, che deve essere visibile sia all’ingresso dell’immobile che negli annunci online. Il mancato rispetto di questa disposizione comporta l’applicazione di sanzioni economiche che variano tra 800 e 8.000 euro.
Inoltre, gli alloggi sono soggetti a standard di sicurezza più elevati: le nuove disposizioni includono l’installazione di estintori certificati CE ogni 200 metri quadrati, con almeno un dispositivo per piano, e l’obbligo di sensori per il rilevamento di gas e monossido di carbonio, che devono essere installati esclusivamente da tecnici specializzati. Per chi gestisce più di tre unità destinate agli affitti brevi, si applicano regole più severe. Questi proprietari sono considerati operatori professionali e devono conformarsi a requisiti amministrativi aggiuntivi, tra cui la presentazione della Segnalazione Certificata di Inizio Attività (Scia) presso il Comune competente e l’apertura di una Partita Iva per la gestione delle attività nel rispetto della normativa fiscale. Chi supera la soglia di quattro proprietà in affitto senza adeguarsi a questi obblighi rischia sanzioni pecuniarie comprese tra 2.000 e 10.000 euro.

Altre tasse da pagare
Le piattaforme digitali di intermediazione, come Airbnb e Booking, hanno anche nuove responsabilità fiscali. Sono tenute a trattenere direttamente il 21% degli importi incassati dagli affitti e a versarli all’Agenzia delle Entrate. Già dal 2024 è entrato in vigore l’obbligo per queste piattaforme di applicare la tassazione alla fonte, cioè sui profitti realizzati dagli host, garantendo così una maggiore trasparenza e riducendo le possibilità di evasione fiscale.
Infine, chiunque affitti una proprietà, indipendentemente dal numero di immobili posseduti, deve registrare gli ospiti tramite il portale “Servizio Alloggiati” della Polizia di Stato, al fine di rafforzare i controlli e migliorare la tracciabilità dei soggiorni sul territorio nazionale.